Agriturismo "da Gustinell"

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Briciole di Storia

Briciole di storia contadina
La mezzadria:
il padrone, il contadino ed il fattore


Fino al 1964, nelle nostre campagne, era molto diffuso il lavoro di “mezzadrìa”; una sorta di contratto stipulato, spesso “sulla parola”, tra il proprietario terriero ed il contadino-lavoratore della terra.
Gli obblighi, per il contadino, erano finalizzati a “fare bene e tenere bene le cose” e in cambio riceveva il 50% di ciò che veniva da lui prodotto.

Il podere o fondo veniva anche chiamato  “passione” che, nel  dialetto piaggese diventava: la pusiòn. Ogni fondo aveva una casa colonica dove abitava il mezzadro e la sua famiglia; la casa veniva costruita in una posizione dominante all’interno del fondo agricolo ed era correlata di: stalla, aia, forno, pozzo,  capanne, ripari e magazzini per le scorte alimentari.  

Il fattore era l’uomo di fiducia del proprietario del fondo;  colui che sapeva come
far fruttare la terra e conciliare gli interessi contrapposti di padroni e contadini;


spesso aveva conseguito diplomi amministrativi o di agraria ed era il soggetto “che faceva i prezzi” dei raccolti e del bestiame; abitava in case ben arredate ed i figli studiavano assieme a quelli dei padroni;  accettava i doni o regalie (capponi, formaggi, ricotta, uova, ortaggi,…) che i mezzadri portavano ogni volta che dovevano parlare con il padrone.

Il duro lavoro nei campi e la divisione dei ricavi non permettevano, al contadino, di elevarsi socialmente; il ricavato era appena sufficiente al sostentamento della famiglia. Occorrevano braccia per la fatica e per questo le famiglie erano numerose; l’istruzione si limitava alle prime classi elementari e la scarsità di attrezzature agricole per affrontare i grandi lavori, obbligava a chiamare a raccolta ogni parente o conoscente disposto ad aiutare:  
“l ‘ opera”, che veniva poi barattata con animali da cortile o con un po’ di raccolto o ricambiando l’aiuto.

Per alcuni lavori come ad esempio la mietitura,
i contadini andavano ai campi alle prime luci dell’alba, interrompevano nelle ore più calde e riprendevano nel pomeriggio.

Era tradizione portare
“da bere” ai lavoratori al campo e questo era compito dei figli più piccoli.
Al campo veniva portato anche il mangiare, verso le 17,30; questo momento era chiamato vintore, una sorta di merenda sostanziosa che aiutava a tirare avanti il lavoro fino a sera.
Per la pausa di vintore veniva preparata “la canestra”: cesta capiente di vimini che veniva riempita con: piatti di coccio, tovaglia e pentola con il cibo, pane, acqua e vino; questo era un compito affidato alle donne esperte, perché si trattava di trasportare la canestra per lunghi tratti, caricata sulla testa con l’aiuto dello sparone (simile ad uno strofinaccio da cucina blu a righe bianche sapientemente attorcigliato a ghirlanda). I cibi che venivano preparati maggiormente erano: coniglio o spezzatino con le patate in umido, baccalà con le patate, la misticanza (l’attuale fricò di verdure).

Un altro momento che radunava tra loro le famiglie di contadini era l’attività dello “scanafoià el granturc” cioè scartare dalle foglie i panetti di granturco e sgranarli. Questo era un lavoro che tendenzialmente si faceva nelle serate d’autunno e spesso veniva accompagnato dalla musica dell’organetto trasformando il tempo di lavoro anche in momento festoso.


Le tradizioni religiose erano molto rispettate ed erano spesso l’unico momento di svago dei contadini nonché una delle poche occasioni di socializzazione tra giovani uomini e donne.

La fine dei contratti di mezzadria, l’introduzione delle macchine agricole e l’industrializzazione, hanno portato modifiche sostanziali del lavoro nei campi, e “migliorato” le condizioni di molte famiglie.

Io sono felice di avere, tra i ricordi di bambina, queste briciole di vita contadina.



….. buon appetito!    

Fiorenza


 
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